Pubblicità

“La patarina o le patarine? Cenni storici sulle campane del Campidoglio”

All’interno della torre capitolina si trovano due campane, una per piano. Si tratta di esemplari che risalgono all’inizio del XIX secolo ma portano con sé una storia ben più lunga.

La campana generalmente nota come Patarina proveniva da Viterbo, dove analogamente rintoccava nella torre civica, e fu portata a Roma il 6 gennaio dell’anno 1200 come bottino di guerra quando l’esercito condotto dal senatore Pandolfo della Suburra liberò la vicina Vitorchiano. La denominazione attribuita dai romani trae riferimento dal movimento eretico dei Pàtari, sorto nel medioevo in opposizione alla simonia che dilagava nelle gerarchie clericali milanesi; la sua etimologia riporta al greco pathos, da intendere o come patimento vissuto alla maniera dei primi martiri cristiani, o piuttosto quale turbamento dell’ordine ecclesiastico – ipotesi quest’ultima di Federico II di Svevia. Ai pàtari i viterbesi avevano dato rifugio e la battaglia vinta dai romani inviati dal pontefice Innocenzo III ha il sapore della lotta all’eresia.

La patarina divenne la campana civica della Roma tardomedievale e per oltre tre secoli e mezzo suonò all’elezione e alla morte del papa, alle sue uscite coi cortei nelle ricorrenze civili e religiose, ma anche alle elezioni dei senatori e alle esecuzioni dei condannati a morte. Intorno alla metà del Cinquecento la torre crollò colpita da un fulmine, venne ricostruita tra il 1578 e il 1582 su progetto di Martino Longhi il vecchio ed assunse le moderne sembianze; al contrario la nuova campana, fusa dai resti della patarina intorno al 1560, ebbe riuscita meno propizia, se già negli anni 80 gli artiglieri di Castel Sant’Angelo poterono realizzare con lo stesso bronzo tre campane di dimensioni più piccole. D’altra parte, l’uso più intenso che delle campane si praticava in passato inevitabilmente portava al loro deterioramento, il quale assieme all’elevato costo del bronzo rendeva indispensabile in tali condizioni rifonderle piuttosto che sostituirle. Le campane danneggiate venivano così frantumate per poterne reimpiegare il bronzo nella fusione di nuovi esemplari.

Il senatore Rezzonico ritenne ad inizio Ottocento che fosse opportuno rinnovare le campane della torre capitolina e papa Pio VII ne commissionò la rifusione ad Andrea Casini, che con la collaborazione dell’argentiere Giuseppe Spagna produsse i due esemplari definitivi. Dalla medesima fonderia quasi un secolo prima (1725) era stata sfornata per mano del padre di Andrea, Innocenzo Casini, una delle campane di San Pietro in Vaticano, tuttora integra e funzionante.

La celebrazione del natale di Roma e l’elezione del sindaco erano in tempi recenti le occasioni in cui rintoccavano le campane capitoline, anche se i dipendenti incaricati affermano di averne sempre suonata soltanto una: nel linguaggio comune si parla erroneamente della patarina perché si ignora che essa era unica in origine e dal suo bronzo sono state ricavate le due campane odierne, passando per diverse altre intermedie. Ad essere suonata era la campana più facile da raggiungere, al primo piano della torre. Con un peso di quasi sei tonnellate, è essa stessa, come ogni campana, a parlarci di sé attraverso le proprie effigi ed iscrizioni: tra foglie e medaglioni ornamentali appaiono in alto la lupa e i gemelli, nella fascia di mezzo Maria Vergine con i santi patroni di Roma e accanto gli stemmi del Senato e di Pio VII; nella parte inferiore, al di sotto di un fregio di fiori, la dedica alla Vergine e ai santi Pietro e Paolo, unitamente all’indicazione dell’anno di fusione (1803) e del nome del fonditore. Al piano superiore, ignorata e relegata al silenzio, ecco anche l’altra campana, pesante più di tre tonnellate e datata 1805, che raffigura i santi capitolini insieme a Francesca Romana e Alessio, e recita in latino «il bronzo dei Quiriti un tempo festeggiava gli dei delle guerre, ora festeggia il Dio della pace».

Da alcuni anni è stata dismessa anche la consuetudine di suonare la sola campana maggiore, il cui movimento potrebbe compromettere la stabilità della torre: accessibile oggi unicamente ai dipendenti preposti alla manutenzione dell’antico orologio (che nel 1806 è stato trasferito dalla vicina facciata di Santa Maria in Ara Coeli), essa non è soggetta ad iniziative di valorizzazione, auspicabili altresì ai sensi della vigente normativa in materia di beni culturali. Il contesto romano del resto annovera situazioni analoghe pressoché ovunque, visto che le campane non suscitano curiosità nonostante presentino un oggettivo interesse storico, artistico ed etnoantropologico – questo il criterio che qualifica i beni culturali a norma di legge. Un peccato, considerato il patrimonio di cui la capitale disporrebbe, e alla luce della radicata tradizione campanologica che in ambito mitteleuropeo persiste con vitalità esprimendo risultati significativi già entro i confini nazionali, se al nord sono numerose le torri campanarie attrezzate alla pubblica fruizione (celebre il caso di San Marco a Venezia).

Apparrebbe in definitiva opportuno valutare l’ipotesi di ripristinare la funzionalità delle campane capitoline. Senza dubbio di questo passo non si finirà col dover rifondere anche questi esemplari.

Bibliografia

F. Aquilanti, Vitorchiano. Panoramica dei fedeli del Campidoglio e della cittadina, Roma 1970.

P. Golinelli (a c. di), La Pataria. Lotte religiose e sociali nella Milano dell’XI secolo, Novara 1984.

G. Merlatti, Di bronzo e di cielo. Campane: storia, simboli, curiosità, Milano 2009.

D. Pasquinelli D’Allegra, La forma di Roma. Un paesaggio urbano tra storia, immagini e letteratura, Roma 2006.

J. Raspi Serra, B. Barbini (a c. di), Viterbo medioevale, Novara 1975.

C. Rendina, Alla scoperta di Roma. Oltre duecento cartoline romane che rivelano gli aspetti meno noti, i luoghi scomparsi, i personaggi, i racconti e i segreti di una città dalla storia millenaria, Roma 2006.

P. Romano, Campane di Roma, Roma 1944.

C. Violante, La pataria milanese e la riforma ecclesiastica, Roma 1955.

***

Biografia dell’autore

Lorenzo Fiori, latinista con forma mentis archivistica, si laurea in lettere classiche con una tesi sull’antologia oratoria e retorica di Seneca il Vecchio e si diploma specialista in beni archivistici e librari con l’obiettivo di sviluppare un approccio strumentale al sapere umanistico e in un’ottica di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale. Attualmente impiegato presso il comune di Roma, è sempre aperto ad approfondire temi e aneddoti nel mare magnum del nostro patrimonio linguistico-letterario, storico e artistico.

Pagina personale LinkedIn:

https://www.linkedin.com/in/lorenzo-fiori-140671161

Pubblicato da artlettfiloarcheo

"E' molto più bello sapere qualcosa di tutto che tutto di una cosa!" Questo è il motto di ARTI, LETTERATURA, FILOLOGIA, ARCHEOLOGIA! 🤩🎨📖📜🏺 Notizie, curiosità, approfondimenti in Italia e dal mondo sul sapere umanistico! E per chi desidera ricevere news, approfondimenti e altro anche da posta elettronica potete scrivere a artlettfiloarcheo2016@gmail.com con oggetto "Newsletter" Un grazie speciale a tutti coloro che costantemente seguono la pagina! La vostra admin Hilaritatis!